lunedì 22 ottobre 2012

IL CALCOLO DEL COSTO DEI PRODOTTI QUALE PRINCIPALE CAUSA DELLE SITUAZIONI D'INSOLVENZA

Queste due pagine non vogliono rappresentare un tentativo di trattare in modo esaustivo un argomento che richiederebbe quantomeno un paio di libri contenenti centinaia di tesi ma che potrebbero contenere anche il loro esatto contrario. E’ mio interesse esclusivo parlare di un argomento che mi sta molto a cuore: i danni che tanti solerti funzionari, troppo spesso, hanno fatto alle aziende che hanno avuto la sfortuna sottostare ad un abuso di posizione dominante.

L’imprenditore che deve calcolare il costo di un prodotto per poter formulare delle previsioni per il futuro deve prestare la massima attenzione perché è questo il momento che, sovente, complicherà la sua vita futura.

Per tale fase, il nostro “Omerico eroe” ha a disposizione nr. 2 strumenti:

- i dati storici;
- i costi standard.
 
Il metodo del dato storico si applica considerando, come punto di partenza, i costi di prodotto rilevati a consuntivo (nel passato). Quindi ad esempio se si vuole prevedere il costo per la produzione di una camicia nell’anno “X”, si prende come riferimento il costo sostenuto per la medesima in “X-1”. A consuntivo poi si si provvederà a vedere gli eventuali scostamenti.

Punto di forza di questo metodo è il fatto che il costo stimato sulla base dello storico è sicuramente il nostro costo; punto di debolezza è che esso non è detto che sia il migliore possibile; esso nulla ci dice in merito alla nostra efficienza rispetto ai nostri competitor. 

Se siamo interessati a calcolare il costo che includa gli aspetti dell’efficienza rispetto al mercato è necessario determinare i costi a preventivo con riferimento ai cosiddetti costi standard. 

Questi ultimi sono:
• quelli che paga il mercato;
• quelli che dovremmo conseguire anche noi nella nostra azienda, per poterci definire efficienti;
• un termine di paragone per verificare SE siamo stati efficienti.

Ovviamente, essendo gli stessi teorici, ipotetici, potrebbero non tenere conto di tutte le varabili che nel corso dello svolgimento dei lavori potrebbero accadere: problemi alla capacità produttiva, usura delle macchine, personale specializzato o meno, e così via.

I costi standard, poi, si suddividono in base (efficienza normale), attesi (efficienza buona ottenibile con piccoli miglioramenti aziendali) ed ideali (efficienza ottima, quasi mai raggiungibile; se usata per il mercato fa vendere la pelle dell’orso prima di averlo catturato).

Ebbene, dove si nasconde la principale causa che genera i fallimenti (nel senso di insolvenze) dei nostri imprenditori? Forse nella realizzazione di un prodotto che non è di qualità?

Dopo 15 anni di costante e continuo contatto con tantissime realtà produttive di tutti i settori, mi sento assolutamente di poter escludere tale elemento. I nostri imprenditori sono assolutamente i migliori al mondo in ogni settore nel realizzare manufatti di qualità. Magari lo sono meno nel definire i prezzi e nel gestire i flussi di cassa, ma per la qualità nulla da eccepire.

Attenzione, qualità significa idoneità all’uso. E’ chiaro che una Mercedes SLK sia migliore di una Fiat Panda ma non è detto che anche quest’ultima non sia di qualità. Semplicemente è destinata ad altra tipologia di cliente e ad altro tipo di bisogno da soddisfare.

Il problema nasce quando invece parliamo del medesimo prodotto.

Per spiegare come le cose accadano, dovremo necessariamente fare riferimento ad un prodotto (di qualità) ma di semplice realizzazione. Useremo a tal proposito una camicia.
                                                                                                                           
Bene, per fare una camicia di qualità, da uomo, mediamente, il costo standard base richiede che si consideri un coefficiente di lavoro pari a 45 minuti totali di produzione per capo.
Se nel considerare come costo di produzione il semplice costo della manodopera, vi aggiungiamo il costo del tessuto per i metri necessari (al lordo dello spreco) e vi aggiungiamo un moltiplicatore per le spese generali, più o meno riusciamo a determinare un costo standard base.

Quindi, usando una formula:

Pstd base = [(h uomo x costo ora) + (consumi x prezzo unitario)] x (1+N)

Dove  N è un moltiplicatore che attribuisce al prodotto una quota delle spese generali.

Il problema nasce a questo punto.

Il mercato, gli uffici acquisti/buyer di molte società di distribuzione nonché i titolari di tanti negozi, ragionano talora in base al costo standard atteso, altre volte al costo standard ideale.

Se il prodotto viene assegnato esternalizzato come produzione, l’ufficio acquisti riceve dal Tempi e Metodi un calcolo del tempo standard atteso. In base a questo dato, gli Acquisti pretendno che il costo unitario sia il medesimo in ogni momento dell’anno.

Ma perché tale costo possa essere effettivamente remunerativo, sarebbe necessario che il lavoro in catena fosse alimentato 220 giorni l’anno per tutte le 8 ore lavorative se non oltre. Questo, sovente, non è più possibile da qualche decennio, in quanto le vendite non consentono più un’alimentazione della catena tale da far conseguire l’efficienza richiesta.

Con la globalizzazione, il costo standard di riferimento, addirittura, è divenuto quello ideale. Questo perché la manodopera dell’est europa e del far east ha un costo orario inferiore a quello italiano e, come tale, all’efficienza produttiva attesa si è aggiunto uno standard di costo orario assolutamente rilevante ed impossibile da sostenere per ogni fabbrica italiana.

Semplificando, nella tabella seguente possiamo notare quanto esso possa incidere:

ELEMENTO
PARAM.
STD
TOT
MANOD.
ORE
0,75
14
10,5
TESSUTO
MTL
2
5
10
TOT.
20,5

Ovviamente, questa semplificazione non tiene conto di tanti altri elementi che compongono il costo finale di un prodotto ma è molto utile per comprendere i fenomeni.

Nel caso di uno standard di costo ideale, che in molti casi dipende da BREAKTHROUGH TECNOLOGICI ma che in questi settori più tradizionali dipende dal costo della manodopera, avremo:

ELEMENTO
PARAM.
STD
TOT
MANOD.
ORE
0,75
1,14
0,86
TESSUTO
MTL
2
5
10
TOT.
10,86

Si nota immediatamente un costo inferiore di un 50% rispetto alla situazione di partenza. Ovviamente questo valore non è possibile conseguirlo rimanendo nello stesso stato, è necessario fare i bagagli e trasferirsi nel medesimo luogo dal quale la concorrenza minaccia i prodotti della nostra azienda, con un costo standard ideale di gran lunga inferiore al nostro.

Nel passato, invece, molti imprenditori si sono lasciati convincere della possibilità di riuscire a conseguire miglioramenti nella produttività e di resistere, finché “non passa la nottata”, pur di non perdere e il cliente e i propri collaboratori (compromettendo in questo modo la sopravvivenza dell’azienda e a volte persino la proprietà dei beni familiari).

Di tal guisa, si comprende facilmente che nel doppio fenomeno determinazione del prezzo di vendita e costo standard del prodotto, unitamente all’esercizio spinto del potere contrattuale dell’ente Acquisti, giace una delle cause più comuni dell’insolvenza aziendale.

Quanto sopra, ovviamente, se non interviene un correttivo! Per decenni, il correttivo per eccellenza è stato il tasso di cambio il quale ha consentito di compensare le strutturali differenze di produttività con alcuni paesi che avrebbero compromesso le potenziali produttive dell’economia italiana.

Bene, oggi questo elemento sembra non sia più utilizzabile a causa di non ben precisati motivi sconosciuti ai più, di tal guisa rimangono esclusivamente 3 opzioni:

1)     la produzione viene dismessa e, qualora l’imprenditore abbia la possibilità e la voglia di ripartire da zero, sposta la propria fabbrica all’estero, cambia vita!;

2)     la produzione industriale viene chiusa e il titolare si concentra esclusivamente su una piccola produzione artigianale (in cui questi è il primo degli operai e, probabilmente, il figlio e la moglie, i due soci destinati a seguirlo al fine di potersi procurare i mezzi di sussistenza);

3)     dimezzare gli stipendi dei propri dipendenti a parità di produzione oraria (l’auspicato teutonico incremento di produttività tramite svalutazioni competitive); in questo ultimo caso ci troveremmo un gap di costo finale ancora forse non del tutto sufficiente (costo di produzione presunto € 15,25) per consentire il ritorno alla sua “Itaca” del nostro amato eroe; tengo a precisare, poi, che Ulisse, in fondo, era simbolo del coraggio, della ragione, della ricerca, della curiosità e dell’esplorazione e che si avventura oltre le colonne d’ercole per pura ambizione (e Dante lo colloca nel canto dell’Inferno in quanto ha convinto i propri compagni con l’inganno); il nostro, di eroe, viene invece gentilmente invitato ad emulare il suo antesignano da quella società nella quale inizialmente ha avviato la propria avventura peraltro in mezzo a mille ostacoli e complicazioni che l’Italica burocrazia è capace di creare anche in questa fase.

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