“La ripresa è
dentro di noi anche se noi, oggi, non ce ne accorgiamo!”
Con questa affermazione, il Prof. Monti annuncia alla
nazione la crescita economica che le sue riforme garantiranno in futuro. In questo
breve articolo spiegheremo cosa vi sia alla base di tale “sottile” affermazione
ed affronteremo il tema delle manovre per la sopravvivenza di PMI non
internazionalizzate.
I recenti innalzamenti di Iva e tasse hanno avuto come
principale effetto una frenata dell’economia nazionale e una “voluta” spirale deflazionistica: diminuzione
del livello dei prezzi che nasce in conseguenza della contrazione nella spesa
di consumatori e aziende.
Le vendite si rivolgono a Clienti disposti ad acquistarne di meno (anche perché l’accesso al credito
è scarso), oppure che attendono ulteriori
ribassi. Le imprese non riescono a vendere al listino ufficiale e cercano quantomeno
di operare a prezzi inferiori.
I più fortunati registrano solo una compressione del saggio
di profitto, recuperabile con risparmi negli acquisti da altre imprese o agendo
sul costo del lavoro, la più parte delle volte, però, i costi incomprimibili portano
le aziende nell’impossibilità di far fronte ai debiti contratti. Da questo
punto al fallimento e all’immissione nel mercato d’un certo numero di disoccupati
la strada è breve.
La deflazione, pianificata dalla UE ed attuata con manovre
di riduzione del Pil (manovre recessive
di tagli e tasse), servirà ad aumentare la disoccupazione nella nazione onde facilitare
svalutazioni salariali competitive che riducano il gap di competitività con la Germania (la Grecia insegna!).
Recentemente, la deflazione (diminuzione della domanda
aggregata) è avvenuta in Giappone, Germania e USA,
determinando la scomparsa delle aziende meno efficienti. Qualcuno osservò che ad
ogni deflazione si verificava una successiva sostenuta ripresa e teorizzò,
pertanto, che questa dovesse essere la
strada giusta per velocizzare la ripresa in un’economia stagnante.
L’agire attendista
e/o opportunista dei Clienti è funzione
di due dinamiche:
1.
quella psicologica del consumatore finale che continua
a rinviare i propri acquisti perché impossibilitato o perché preferisce tesaurizzazione
liquidità,
2.
quella dei/degli Buyer/Imprenditori che rinviano
gli investimenti (macchinari e scorte di semilavorati e/o prodotti finiti) perché
temono gli invenduti di magazzino o sperano di spuntare prezzi sempre più bassi.
Di seguito, riporto un recente
caso, figlio delle suesposte manovre e riferito al punto 2.
L’azienda “X”, che opera in un
settore Business To Business (B2B), programma un investimento, pari al 40% del
fatturato, onde preservarsi il mercato dei prossimi 15 anni, ed acquisire nuova
clientela. L’operazione è pianificata ad ottobre 2011 e prevista per fine 2012,
momento ritenuto il più opportuno in base ai cicli operativi del settore.
Bene, la frenata dei consumi di Settembre
2012 e il clima di incertezza sul futuro hanno determinato una situazione tale
da spingere l’azienda a ripensare i propri programmi d’investimento: un’inimmaginabile riduzione dei clienti “buoni”
ed affidabili presenti nel mercato.
Come è possibile ciò se per le teorie ultraliberiste la
deflazione fa pulizia delle sole aziende meno efficienti? Perché nei
periodi di crisi, i titolari di aziende sane possono avere reazioni differenti in
funzione delle diverse condizioni psicologiche, familiari, e finanziare.
Con ciò voglio sottolineare che è
avvenuta la mancata previsione di “collateral” da parte di Monti: a novembre
2012 si è generato sì un incremento dei fallimenti del 15% rispetto al 2011 (Tribunale
di Perugia) ma anche un analogo valore per le cancellazioni su base volontaria di aziende alle quali il Cerved delle Camere di Commercio assegnava un
buon rating!
Se alla diminuzione dei clienti
buoni aggiungiamo la presenza d’un elevato numero di potenziali fornitori, come
in tutti i mercati, l’eroico committente ancora
in attività ha un grandissimo potere contrattuale. Ecco che oggi, questi,
spunta una riduzione media dei listini di circa il 25%!
D’altronde, come poteva non accadere
ciò! Ho sottomano, per questioni di lavoro, i dati relativi ad una catena di
supermercati a carattere interregionale (del centroitalia). Controllando i dati
di un loro punto vendita ho notato una contrazione, tra luglio e novembre 2012,
del 21,22%.
Accanto, dunque, agli effetti
voluti del programma deflazionistico, programma che ripete esattamente l’operato
del Cancelliere Bruening nella Weimar del 1929, si stanno verificando eventi
imprevedibili che arrecano danni incalcolabili alla nostra economia.
Da analista, difatti, ho la matematica
certezza che accanto ai numerosi fallimenti avremo l’annullamento dei residui e
già ridotti margini di profitto delle aziende sane. Non sono molte le imprese
italiane con una redditività delle vendite tale da assorbire una riduzione del
22% dei ricavi a parità di costi!
Un’importante e prestigioso gruppo
italiano dell’arredamento, con prodotti a base di pregiatissima pelle, intorno
al 2000 presentava un valore dell’indice REDDITO OPERATIVO/RICAVI (il cui
acronimo è R.O.S.) pari al 15%! Si
consideri che a valle del reddito operativo vi sono ancora gli oneri finanziari
e le imposte statali da sottrarre prima di ottenere l’utile netto.
Ed ancora, nel periodo 1998-2005 una grande azienda di
semiconduttori ebbe valori simili per un rapporto diverso, il MOL/Ricavi: min
24,6%, max 38,1%. La più importante azienda italiana di Cemento, nello stesso
periodo, registrò per tale
indice valori tra il 22,7 ed il 26%. Gli andamenti sono assolutamente allineati
e coerenti, anche se maggiori, con il suesposto 15% perché il MOL, diventa Reddito
Operativo, dopo aver tolto degli altri costi operativi.
Di fronte alla contrazione dei
saggi di profitto, nell’ultimo decennio la grande azienda ha delocalizzato l’attività,
da “grande mercante”, presso i
paesi emergenti. Il gruppo di arredamento precedentemente citato, percependo i
problemi di competitività che gli stabilimenti italiani (produzione
industriale) e il mercato interno (consumi) avrebbero avuto per l’iperinflazione
da euro, decise di aprire uno stabilimento in Brasile.
Bene, ma i nostri “Ciompi” del III°
millennio (operai e piccoli imprenditori insorti, nella Firenze del 1378, perché
ridotti alla miseria dall’oligarchia di grandi mercanti e banchieri), non potendo
delocalizzare in aree a basso costo della manodopera o dalle agevolazioni
fiscali, non avendo facile accesso ai mercati di sbocco internazionali, come
possono garantirsi la propria sopravvivenza?
Non rimane loro che la strada della RETE SOCIALE TRA
IMPRESE, una forma organizzativa in cui aziende con l’obiettivo comune della
sopravvivenza, per conseguire i propri scopi, incrementano la frequenza delle
interazioni/collaborazioni tra loro, in un clima di piena fiducia reciproca.
Meglio sarebbe se la rete fosse simmetrica,
ovvero con attori che operino tutti in condizioni di parità. Un’unione di
aziende in rete consentirà:
-
il conseguimento delle economie di scala (l’ottimizzazione
del costo unitario di produzione);
-
la piena saturazione delle costose risorse
tecnologiche e di quelle umane.
Le più parte delle strutture,
collegate in rete, dovranno fungere da unità di raccolta degli ordinativi, le
produzioni saranno realizzate in un unico service (o al più in poche unità) al
fine di poter mettere a frutto gli elevati investimenti che l’adeguamento
tecnologico comporta più o meno in ogni settore.
Questa è, a mio avviso, l’unica
strada perseguibile per un 2013
in cui si manifesteranno, in modo ancora più violento, gli
effetti delle manovre governative e della riduzione della massa monetaria in
circolazione (contrazione fidi di smobilizzo crediti).
La strada sopra indicata consentirà
anche a piccoli imprenditori (sottodimensionati) di ricercare ed ottenere i
vantaggi della dimensione efficiente dell’impresa (economie di scala in
produzione) mantenendo quelli tipici delle strutture snelle: ridotta entità dei costi incomprimibili.
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