lunedì 4 febbraio 2013

LA DEFLAZIONE IN ATTO, STRATEGIE PER LA SOPRAVVIVENZA NEL B2B


LA DEFLAZIONE, IL B2B E LE RETI SOCIALI TRA IMPRESE

“La ripresa è dentro di noi anche se noi, oggi, non ce ne accorgiamo!”
Con questa affermazione, il Prof. Monti annuncia alla nazione la crescita economica che le sue riforme garantiranno in futuro. In questo breve articolo spiegheremo cosa vi sia alla base di tale “sottile” affermazione ed affronteremo il tema delle manovre per la sopravvivenza di PMI non internazionalizzate.
I recenti innalzamenti di Iva e tasse hanno avuto come principale effetto una frenata dell’economia nazionale e una “voluta” spirale deflazionistica: diminuzione del livello dei prezzi che nasce in conseguenza della contrazione nella spesa di consumatori e aziende.
Le vendite si rivolgono a Clienti disposti ad acquistarne di meno (anche perché l’accesso al credito è scarso), oppure che attendono ulteriori ribassi. Le imprese non riescono a vendere al listino ufficiale e cercano quantomeno di operare a prezzi inferiori.
I più fortunati registrano solo una compressione del saggio di profitto, recuperabile con risparmi negli acquisti da altre imprese o agendo sul costo del lavoro, la più parte delle volte, però, i costi incomprimibili portano le aziende nell’impossibilità di far fronte ai debiti contratti. Da questo punto al fallimento e all’immissione nel mercato d’un certo numero di disoccupati la strada è breve.
La deflazione, pianificata dalla UE ed attuata con manovre di riduzione del Pil (manovre recessive di tagli e tasse), servirà ad aumentare la disoccupazione nella nazione onde facilitare svalutazioni salariali competitive che riducano il gap di competitività con la Germania (la Grecia insegna!).
Recentemente, la deflazione (diminuzione della domanda aggregata) è avvenuta in Giappone, Germania e USA, determinando la scomparsa delle aziende meno efficienti. Qualcuno osservò che ad ogni deflazione si verificava una successiva sostenuta ripresa e teorizzò, pertanto, che questa dovesse essere la strada giusta per velocizzare la ripresa in un’economia stagnante.
L’agire attendista e/o opportunista dei Clienti è funzione di due dinamiche:
1.      quella psicologica del consumatore finale che continua a rinviare i propri acquisti perché impossibilitato o perché preferisce tesaurizzazione liquidità,
2.      quella dei/degli Buyer/Imprenditori che rinviano gli investimenti (macchinari e scorte di semilavorati e/o prodotti finiti) perché temono gli invenduti di magazzino o sperano di spuntare prezzi sempre più bassi.
Di seguito, riporto un recente caso, figlio delle suesposte manovre e riferito al punto 2.

L’azienda “X”, che opera in un settore Business To Business (B2B), programma un investimento, pari al 40% del fatturato, onde preservarsi il mercato dei prossimi 15 anni, ed acquisire nuova clientela. L’operazione è pianificata ad ottobre 2011 e prevista per fine 2012, momento ritenuto il più opportuno in base ai cicli operativi del settore.

Bene, la frenata dei consumi di Settembre 2012 e il clima di incertezza sul futuro hanno determinato una situazione tale da spingere l’azienda a ripensare i propri programmi d’investimento: un’inimmaginabile riduzione dei clienti “buoni” ed affidabili presenti nel mercato.

Come è possibile ciò se per le teorie ultraliberiste la deflazione fa pulizia delle sole aziende meno efficienti? Perché nei periodi di crisi, i titolari di aziende sane possono avere reazioni differenti in funzione delle diverse condizioni psicologiche, familiari, e finanziare.

Con ciò voglio sottolineare che è avvenuta la mancata previsione di “collateral” da parte di Monti: a novembre 2012 si è generato sì un incremento dei fallimenti del 15% rispetto al 2011 (Tribunale di Perugia) ma anche un analogo valore per le cancellazioni su base volontaria di aziende alle quali il Cerved delle Camere di Commercio assegnava un buon rating!

Se alla diminuzione dei clienti buoni aggiungiamo la presenza d’un elevato numero di potenziali fornitori, come in tutti i mercati, l’eroico committente ancora in attività ha un grandissimo potere contrattuale. Ecco che oggi, questi, spunta una riduzione media dei listini di circa il 25%!

D’altronde, come poteva non accadere ciò! Ho sottomano, per questioni di lavoro, i dati relativi ad una catena di supermercati a carattere interregionale (del centroitalia). Controllando i dati di un loro punto vendita ho notato una contrazione, tra luglio e novembre 2012, del 21,22%.

Accanto, dunque, agli effetti voluti del programma deflazionistico, programma che ripete esattamente l’operato del Cancelliere Bruening nella Weimar del 1929, si stanno verificando eventi imprevedibili che arrecano danni incalcolabili alla nostra economia.

Da analista, difatti, ho la matematica certezza che accanto ai numerosi fallimenti avremo l’annullamento dei residui e già ridotti margini di profitto delle aziende sane. Non sono molte le imprese italiane con una redditività delle vendite tale da assorbire una riduzione del 22% dei ricavi a parità di costi!

Un’importante e prestigioso gruppo italiano dell’arredamento, con prodotti a base di pregiatissima pelle, intorno al 2000 presentava un valore dell’indice REDDITO OPERATIVO/RICAVI (il cui acronimo è R.O.S.) pari al 15%! Si consideri che a valle del reddito operativo vi sono ancora gli oneri finanziari e le imposte statali da sottrarre prima di ottenere l’utile netto.

Ed ancora, nel periodo 1998-2005 una grande azienda di semiconduttori ebbe valori simili per un rapporto diverso, il MOL/Ricavi: min 24,6%, max 38,1%. La più importante azienda italiana di Cemento, nello stesso periodo, registrò per tale indice valori tra il 22,7 ed il 26%. Gli andamenti sono assolutamente allineati e coerenti, anche se maggiori, con il suesposto 15% perché il MOL, diventa Reddito Operativo, dopo aver tolto degli altri costi operativi.

Di fronte alla contrazione dei saggi di profitto, nell’ultimo decennio la grande azienda ha delocalizzato l’attività, da “grande mercante”, presso i paesi emergenti. Il gruppo di arredamento precedentemente citato, percependo i problemi di competitività che gli stabilimenti italiani (produzione industriale) e il mercato interno (consumi) avrebbero avuto per l’iperinflazione da euro, decise di aprire uno stabilimento in Brasile.

Bene, ma i nostri “Ciompi” del III° millennio (operai e piccoli imprenditori insorti, nella Firenze del 1378, perché ridotti alla miseria dall’oligarchia di grandi mercanti e banchieri), non potendo delocalizzare in aree a basso costo della manodopera o dalle agevolazioni fiscali, non avendo facile accesso ai mercati di sbocco internazionali, come possono garantirsi la propria sopravvivenza?

Non rimane loro che la strada della RETE SOCIALE TRA IMPRESE, una forma organizzativa in cui aziende con l’obiettivo comune della sopravvivenza, per conseguire i propri scopi, incrementano la frequenza delle interazioni/collaborazioni tra loro, in un clima di piena fiducia reciproca.

Meglio sarebbe se la rete fosse simmetrica, ovvero con attori che operino tutti in condizioni di parità. Un’unione di aziende in rete consentirà:
-         il conseguimento delle economie di scala (l’ottimizzazione del costo unitario di produzione);
-         la piena saturazione delle costose risorse tecnologiche e di quelle umane.

Le più parte delle strutture, collegate in rete, dovranno fungere da unità di raccolta degli ordinativi, le produzioni saranno realizzate in un unico service (o al più in poche unità) al fine di poter mettere a frutto gli elevati investimenti che l’adeguamento tecnologico comporta più o meno in ogni settore.

Questa è, a mio avviso, l’unica strada perseguibile per un 2013 in cui si manifesteranno, in modo ancora più violento, gli effetti delle manovre governative e della riduzione della massa monetaria in circolazione (contrazione fidi di smobilizzo crediti).

La strada sopra indicata consentirà anche a piccoli imprenditori (sottodimensionati) di ricercare ed ottenere i vantaggi della dimensione efficiente dell’impresa (economie di scala in produzione) mantenendo quelli tipici delle strutture snelle: ridotta entità dei costi incomprimibili.


sabato 24 novembre 2012

IL CONTRIBUTO DELLA RICERCA E SVILUPPO ALLA CREAZIONE DI UTILI D'IMPRESA


FRONTEGGIARE LA RECESSIONE: IL CONTRIBUTO DELLA RICERCA ALLA CREAZIONE DI VALORE AGGIUNTO

(elogio al bravo progettista)


In economia, come per tanti altri campi della vita, l’unica cosa oggettiva è che tutto è soggettivo.

Tale apertura, rubata al grandissimo Woody Allen, serve per introdurvi il pensiero di un caro amico intento a spiegarmi, durante uno scambio di opinioni e con sue parole, il proprio punto di vista sull’attuale situazione recessiva. Egli si rivolge a me con la deferenza di chi ritiene di trovarsi di fronte ad un interlocutore infarcito di quella teoria (nella quale comunque non nutre fiducia alcuna) che contraddistingue uno studioso. Così, armato dell’esperienza derivante dalla sua brillante carriera nell’avanzato mondo del “zero errori in ogni cosa che progettiamo”, mi espone umilmente, ma in modo straordinario, i suoi concetti.

“Io semplifico e secondo me l'economia funziona così …c'è un tecnico che ha una buona idea … da cui nasce un prodotto che cambia la vita della gente … un prodotto che ha potenzialità di distribuzione mondiale…..”

Ecco, si chiama …. meglio non dirlo…. posso solamente dirvi che è un ottimo progettista meccanico ed un buon coordinatore della produzione; condividiamo l’amore per la mitica Ducati che tanto ci ha fatto soffrire da quando Stoner ha lasciato la scuderia (ricordo ancora un mitico duello sul cavatappi con Vale Rossi e la sua Yamaha).

Bene, costui non si occupa di economia, non conosce il marketing e non sa cosa sia un cash-flow ma ha capito bene una cosa: se hai un’azienda e vuoi crescere, avere un futuro dinamico e coinvolgente, devi avere un TUO prodotto. E’ inoltre importante che, questo prodotto, cambi la vita alla gente, che sia qualcosa di rivoluzionario. Infatti, la prima legge dell’innovazione (Reiss) sostiene che qualcosa di innovativo deve essere per forza qualcosa di utile!

Questo mio amico, il quale per inciso avrebbe avuto enormi chance per diventare un degno erede di Pirlo se non fosse stato un suo coetaneo, va ancora più in profondità: devi essere un tecnico per partorire una buona idea che rivoluzioni il mondo!

Ecco, questo “Ducatista centromediano metodista”, buon progettista ed abile coordinatore, ha colpito nel segno: serve una buona idea, che abbia potenzialità di distribuzione mondiale, utile (che soddisfi dei bisogni), e serve un buon tecnico che sappia svilupparla e tradurla in un prototipo.

Per tutta la storia umana l’innovazione e la ricerca hanno rappresentato il motore del progresso, anche se tra l’inizio dell’esplorazione e l’effettiva soluzione dei problemi spesso sono passati secoli. In ogni epoca, l’iter progettuale è passato per una ricerca dello sconvolgimento dell’ordine delle cose conosciute, per la creazione di cose nuove che cambiassero la realtà sino a quel momento conosciuta. Tralascio, per questioni di brevità, il racconto delle immense difficoltà in cui questi pionieri si trovarono a lavorare, nell’immaginare un nuovo mondo, quando intorno a loro regnava l’oscurantismo medioevale.

A volte, le innovazioni possono anche avvenire anche in modo del tutto casuale. Si studia un problema, si trova una soluzione e si scopre poi che la stessa possiede altre infinite applicazioni. La pneumatica, ad esempio, oggi viene utilizzata anche nel biomedicale per gli esoscheletri utili alla riabilitazione di pazienti privi di mobilità agli arti inferiori. In ogni caso, serve trasformare un concetto in un prodotto che sia utile per riuscire a fare quell’innovazione tanto cara ai nostri adorati ministri.

Per ottenere innovazione in azienda serve un adeguato ambiente di lavoro, dove le idee possano fiorire e dove si trovi il coraggio per affrontare il nuovo; serve una fucina di idee dove i dibattiti sull’innovazione stimolino nuovi modelli o delineino nuovi bisogni. In America (ma questo lo confesso, l’ho rubato ad un’italiana che in California trovò terreno fertile per le proprie idee), le persone si trovano intorno ad un tavolo ed avviano processi di brain storming (esposizione di pensieri ad alta voce) su ogni sorta di argomento, ciò al fine di stimolare la creatività e trovare sempre nuove idee.

Il problema è che non tutte le aziende, quand’anche fossero in possesso di buone idee, possono avere al proprio interno o un ambiente simile o anche solo dei tecnici in grado di trasformare in un prototipo un’idea ritenuta interessante. Il problema può essere superato ricorrendo alle risorse liberamente disponibili all’esterno della nostra organizzazione.  Il processo si chiama “outsourcing”, l’azienda si avvale delle professionalità che servono, quando se ne avverte il bisogno, reperendole esternamente.

Tra gli attori sociali disponibili abbiamo i centri di ricerca e le università, enti i quali possono agevolmente mettere a disposizione le proprie capacità e concretizzare progetti grazie a competenze specifiche di alto livello. E’ oramai in fase di chiusura la misura di cui al decreto legge nr. 70 del 13 maggio 2011 finalizzato a far lavorare in partnership imprese e centri specifici per progetti di ricerca industriale. Le imprese e i centri, se collaborano insieme, possono impostare progetti che fanno la differenza sul conto economico.

L’attività di trasferimento tecnologico realizzata da soggetti pubblici e privati (Università, Centri di ricerca pubblici e privati, Parchi Scientifico-Tecnologici) è indirizzata ad imprese che intendono acquisire i risultati della ricerca e dell’innovazione fatta da esperti o “personalizzare” le tecnologie in essere sulla base delle specifiche esigenze aziendali.

Il vantaggio di simili misure pubbliche, è duplice:
- da un lato avvicina l’Università ed i Centri di Ricerca al mondo della produzione;
- dall’altro consente alle imprese di sostenere la ricerca a costi quasi nulli.

Difatti, un progetto aziendale sviluppato operativamente ricorrendo a tali enti, godeva di sgravi contributivi nella misura del 90% della “spesa incrementale d’investimento”. Questo 90% si applicava al valore che eccedeva la media degli investimenti effettuati nel triennio 2008-2010. In pratica, parlando delle nostre aziende (non strutturate e che non hanno capitali da investire ogni anno in ricerca e sviluppo), era possibile fare un importante investimento in ricerca disponendo di pochissime risorse.

Dato che recenti indagini sull’innovazione nella piccole impresa manifatturiera hanno dimostrato quanto segue:

AMMONTARE DELL’INVESTIMENTO
PERCENTUALE DEI CASI
Sotto i 10.000 euro
45,8%
Da 10 a 15.000 euro
29,7%
Da 50 a 100.000 euro
21,9%
Da 100 a 200.000 euro
  1,3%
Sopra i 200.000 euro
  1,3%
                        Fonte: Bollettino dell’Innovazione Tecnologica – anno 17 – nr. 3

era possibile alzare il budget di spesa per Research & Development senza compromettere la sopravvivenza dell’azienda. Un investimento di 200.000 euro in R&S, difficilmente sostenibile per la più parte delle PMI, poteva diventare accessibile ad almeno il 25% delle stesse.

Unitamente al decreto sopra citato, che speriamo venga riproposto con qualche decreto entro dicembre, riteniamo opportuno segnalare un’altra importante misura, il F.N.I., Fondo Nazionale per l’Innovazione. Anche questo è un utile strumento per consentire di portare sul mercato prodotti innovativi ed è di recente emissione.

Le linee di intervento, finalizzate all’acquisto o alla valorizzazione di brevetti, disegni e modelli, sono due:
-          favorire l’accesso al credito in assenza di garanzie,
-          favorire la partecipazione al capitale di rischio per acquisto o valorizzazione dei soli brevetti.

Come si può notare, gli strumenti disponibili per far fare un salto di qualità alle PMI esistevano ed esistono e, se utilizzati, possono consentire la creazione di valore aggiunto in aziende altrimenti avviate al declino dei saggi di profitto.

Un case history umbro recentemente concluso, mi ha permesso di riscontrare un effettivo incremento nella redditività oraria degli operai impiegati nel montaggio dell’innovazione, superiore di ben 6-8 volte a quanto garantivano le produzioni conto terzi:


ARTICOLI IN PRODUZIONE
(SETTORE ALTA TECNOLOGIA)
CLIENTE
€/ORA UOMO
% INCREM. Valore Agg.to
PRODUZIONE REALIZZATA CONTO TERZI

GRANDI AZIENDE TERZIARIZZATE
€ 60,00

base di partenza


PRODOTTO FRUTTO DELLA R&S CON ENTI

MERCATO

€ 461,00

+ 668,00%

        Fonte: dati interni azienda XXXX

Non mi resta che chiudere questa elogio al “bravo progettista” dicendovi che, grazie a questa innovazione, il 2012, invece di essere economicamente e finanziariamente disastroso, si chiuderà con la tenuta del saggio di profitto nonostante la contrazione dei fatturati: lavorare meno per lavorare con maggior soddisfazione.


lunedì 29 ottobre 2012

Prevenire Crisi Aziendali è meglio che curarle: FRONTEGGIARE LA RECESSIONE - L’EFFICIENZA AZIENDAL...

Prevenire Crisi Aziendali è meglio che curarle: FRONTEGGIARE LA RECESSIONE - L’EFFICIENZA AZIENDAL...: Quali sono i costi che maggiormente influiscono sul vostro business? E le maggiori spese? Quali sono? L’azienda compera quello che serve o...

FRONTEGGIARE LA RECESSIONE - L’EFFICIENZA AZIENDALE: COME TAGLIARE I COSTI DEL 20-30%


Quali sono i costi che maggiormente influiscono sul vostro business? E le maggiori spese? Quali sono? L’azienda compera quello che serve o quello che viene proposto? E compera al meglio? Esistono forme alternative di acquisto? L’azienda ha sprechi nell’utilizzo delle materie prime e nella manodopera? Se si, dove? E che dimensioni assume questo spreco?
In un mercato in cui la torta si restringe, a causa della crisi economica ma anche delle continue misure fiscali che concorrono ad inasprire le contrazioni dei mercati, risultano fondamentali, per l’incremento dei flussi di cassa o anche per la semplice sopravvivenza dell'azienda:

a) l’analisi ed ottimizzazione dei costi legati all’area “no core”
·                 identificazione delle categorie di spesa più significative (analisi ABC in base agli importi);
·                 analisi a mezzo apposite metodologie di queste spese non direttamente connesse al business (normalmente non ben monitorate e revisionate dall’Imprenditore/Manager);
·                     individuazione di scelte di risparmio ed ottimizzazione.

b) il miglioramento applicato ai costi direttamente collegati al proprio business (materie prime e semilavorati, manodopera).

In questo caso, gli elementi da controllare per una seria attività di prevenzione di costi della “non qualità”, che il mercato non desidera pagare, sono i seguenti:

-         Materie prime e semilavorati;
o procedure di acquisto (modalità seguite per i processi di approvvigionamento);
o       trasporto e Movimentaziono
o       stoccaggio
o       standard fisici (di utilizzo in produzione) e tasso scarti

- Lavoro:
o       costi di Overheads (eccesso di manodopera rispetto al fabbisogno medio in situazione di riduzione dei fatturati);
o       incremento di produzione per unità di lavoro investita nel prodotto (produttività).


Le procedure suddette (denominate di cost reduction) si implementano in azienda dopo che la spinta all’innovazione arriva, in buona sostanza dai 3 seguenti fattori:

  1. processi di miglioramento continuo (spinta interna all’azienda);
  2. breakthrough tecnologici (spinta esogena);
  3. benchmarking con i principali competitor.
Le procedure suddette richiedono di fissare degli obiettivi, sviluppare un programma di riduzione costi che permetta di conseguire tali obiettivi, controllare con un budget il risultato in termini di ROI (ritorno degli investimenti), operare secondo i programmi prestabiliti, misurare i risultati ottenuti ed eventualmente far ripartire il processo dalla fase iniziale alla ricerca di un continuo miglioramento (plan, do, check, act).

Le procedure da applicare, ovviamente, richiedono di perseguire tutte le strade possibili, tra esse abbiamo anche le ipotesi di outsourcing di talune fasi del lavoro e (in alcuni casi) anche di delocalizzazione; non necessariamente però i miglioramenti in quest’area passano attraverso la riduzione dell’organico aziendale. E’ comunque vero, per il fattore umano, che sempre dovremo domandarci se i dipendenti
§         stanno facendo quello per cui sono specializzati o sono sottoutilizzati,
§         aggiungono valore con il proprio lavoro ai processi aziendali
§         rendono secondo le proprie possibilità e secondo i propri costi

Quest’analisi riguarderà anche la rete vendita, per essa dovremo chiederci se:

§         è sotto controllo in termini di efficienza ed efficacia,
§         la struttura è adeguata alle esigenze di mercato o si possono creare strutture più adeguate,
§         è possibile ricercare nuovi mercati.


Una volta effettuate tutte queste analisi, si è in grado di poter affermare SE la soluzione in essere è ottimale o SE non sia il caso di adottare differenti soluzioni (tra le quali vi potrebbero anche essere le opzioni del taglio di parte dell’organico, del ricorso alla cassa integrazione, dell’eliminazione di alcuni rappresentati con relativo taglio di alcune zone servite, ma anche il suo incremento/ampliamento).

I vantaggi di una tale attività, essenzialmente sono:

§         l’incremento dei profitti, con conseguente
§         miglioramento della situazione finanziaria, nonché
§         il recupero della capacità competitive sui mercati di sbocco.


Un rapido esempio dei vantaggi conseguenti a questa modalità di intervento è di seguito esposta:


risultati in termini di incremento di produttività e riduzione delle dispersioni di tempo
per errori di alimentazione della catena produttiva


INDICATORE
DA (2009)
A (2012)
DELTA
Produttività
82%
93%
+11%
Ore Interruzioni di Linea
424 ore
62 ore
- 85,34%